Villa Pitiana si trova a 430 mt sul livello del mare e con
la sua poderosa struttura divide gli ultimi ulivi del
Valdarno
dal secolare arboreto di Vallombrosa.
Il 3 Luglio 1039 la Badessa Itta del monastero di S. Ellero, donava
a S. Giovanni Gualberto il terreno di Vallombrosa, ma per il loro
sostentamento dovette aggiungere a questo terreno un podere con
orto e vigna a Pitiana. Nei due secoli successivi tra acquisti e
donazioni, tra cui quella di Matilde di Canossa, l'Abbazia di Vallombrosa
entrava in possesso di quasi tutte le terre tra il Pratomagno e
l'Arno. Pitiana, antica curtis dominica, che si trovava sul luogo
dell'attuale villa, diventa uno dei quattro centri amministrativi
di questo territorio. Il ruolo militare fino al 1000 ricoperto dai
castelli, con l'aumento della popolazione e la necessità di incrementare
la produzione agricola, viene svolto dalle grandi fattorie fortificate,
come dimostrato dal crescente numero delle rocche feudali presenti
sul territorio fiorentino, che da 52 dell' XI secolo salgono a 205
nel XIII. Nella
metà del 1200 Pitiana, per la sua posizione
strategica, fu al centro degli scontri fra Guelfi e Ghibellini fiorentini.
All'epoca le fattorie fortificate erano opere architettoniche studiate,
non frutto di esperienze o improvvisazione accettabile per le case
coloniche; la villa rispecchiava il decoro o il censo del proprietario
e progetti o restauri venivano affidati ai migliori architetti ed
ingegneri.
Gli investimenti immobiliari in questo settore erano talmente importanti
che persino
LeonBattista Alberti dedica nei dieci libri del
De Re Aedificatoria, un ampio spazio all'architettura e alla logistica
di questi edifici specificando luoghi e funzioni per ogni necessità
del proprietario in maniera così dettagliata da restare il punto
di riferimento architettonico-funzionale fino alla fine del 1700.
La parte più antica di Villa Pitiana è certamente una "casa da signore"
- così chiamate queste costruzioni fortificate, caratterizzate dalla
presenza di un'alta torre, non diversa dalle
case-torri di S. Gimignano - databile al Trecento. Essa comprende
la parte della villa che, spalle alla valle, si trova alla Vostra
sinistra. Pitiana è costruita in "filaretto", vale a dire in quella
tecnica muraria che in francese si chiama petit appareil, file di
piccoli conci di pietraforte a vista. Si tratta di una massiccia
torre rettangolare e di due cortili, uno più piccolo in comunicazione
con la parte ottocentesca, l'altro, collegato al primo per un passaggio
arcuato, caratterizzato da un porticato che gira su due lati.
Il porticato è sorretto da pilastri ottagonali con capitelli
cubici scantonati, che reggono archi a pieno sesto (ma la sagoma
esterna della ghiera è acuta acquisendo probabilmente la nuova architettura
a sesto acuto appena introdotta dai monaci Cistercensi). Il porticato
è diviso in sei campate a basse crociere senza costoloni, riconducibili
anch'esse alla matrice geometrica cistercense basata sull'esagramma,
simbolizzato dalla stella a sei punte, lo scudo di Davide simbolo
dell'alleanza tra Dio e l'uomo. Infatti è riconosciuto che la presenza
di monaci provenienti dalle abbazie di Vallombrosa e di Camaldoli
abbiano avuto un ruolo importante nella diffusione del movimento
cistercense in Italia ed è la conferma della forte presenza monastica
all'inizio della storia di Pitiana.
La
parte più antica della villa, che si può confrontare con
altre antiche fattorie fortificate vicine come Altomena o Ristonchi
e con la torre del Castellano, è però pervenuta in una versione
compromessa da modifiche e pesanti ripristini - probabilmente del
1931 - ai quali si deve tra l'altro il rifacimento quasi completo
delle incorniciature delle finestre (ma rimangono nella muratura
tracce delle finestre originali).
Nell'estate del 1483
Lorenzo il Magnifico de' Medici tentò
invano di acquistare dal generale Biagio Milanesi, Villa Pitiana.
Il primo impulso fu sicuramente la redditività economica delle terre
di Pitiana, ma non meno importante fu la posizione con l'ampio panorama
circolare che avrebbe permesso di mettere la villa all'interno della
rete di trasmettitori luminosi creata dall'"architetto" Lorenzo
con le sue ville. Rimane il piacevole sospetto che una parte dei
successivi lavori di ampliamento della villa, possa essersi basata
su progetti e disegni di Lorenzo e Giuliano da San Gallo realizzati
durante le infruttuose trattative.
Dal secolo XV al XVII, l'agricoltura toscana attraversa uno
dei suoi momenti più oscuri. Il potere politico ormai controllato
da mercanti e banchieri sostiene le attività commerciali a danno
delle agricole. Francesco Lami ne "La bonifica della collina tipica
toscana da G. B. Landeschi a C. Ridolfi" , scrive: "Il possesso
delle terre si avviava ad essere il privilegio di pochi; il trapasso
di esse si rendeva ogn'or più difficile; ogni sorta di servitù si
riversava sulle coltivazioni e sui coltivatori, sempre più tenuti
in dispregio; l'arte agraria, nonché progredire ed assimilare i
nuovi suggerimenti di colture intensive, andava necessariamente
affievolendosi."
Dal
punto di vista urbanistico ed architettonico le cose
vanno diversamente. L'interesse dei nuovi signori non è rivolto
alla produttività della terra ma si esprime in termini di piacere
e ostentazione del lusso. Le fattorie fortificate diventano grandiose
ville e dimore storiche, gli architetti studiano anche i giardini
e il terreno intorno alla villa diviene luogo di memorabili battute
di caccia. Pitiana a giusto titolo fa parte di questo Rinascimento,
nel 1610, come indica la data impressa su una lapide fu aggiunta
l'ala posteriore, con la facciata a tre piani (l'inferiore con finestre
chiuse da grate, il mediano con finestre quadrate decorate da basi
di pietra serena modanate, il superiore con finestre semplici prive
di decorazioni). Benché questa parte inglobi, in basso, anche le
vecchie cantine, mostra la nuova funzione avvicinandosi al luogo
di soggiorno per i monaci di Vallombrosa.
La parte seicentesca di Villa Pitiana può essere confrontata con
la stessa abbazia di Vallombrosa, la cui facciata è datata nella
parte destra pure al 1610 ed è opera di Alfonso Parigi: a lui direttamente,
o al suo influsso, si dovrà riferire anche la costruzione di Pitiana,
nella quale predominano elementi austeri ancora tardorinascimentali,
che il Parigi, e dopo
di lui il Silvani, mutuava dall'Ammannati e dal Buontalenti. Proprio
a quest'ultimo con il progetto delle ville di Artimino e dell'Ambrogiana,
si deve la conclusione della trasformazione della fattoria fortificata
in villa-fattoria. Di questo stesso periodo è lo stemma tardomanierista
col bastone di San Giovanni Gualberto e la mitra (simbolo della
dignità vescovile dell'abate di Vallombrosa) che si trova nel cortile
maggiore di Pitiana.
Nel XVIII secolo, come testimoniano
le date poste su due portali, furono arrecate modifiche di minore
entità: nel cortile piccolo il portale in pietra serena, decorato
da bugnato a diamente, che dà accesso alla torre trecentesca, è
datato nella chiave d'arco 1747; il portale esterno che dà accesso
da Sud-Est (destra venendo da davanti la facciata) a un andito che
porta al cortile maggiore e alla cappella, è datato MDCCXLII (1742).
A questa data saranno da riferire anche le due graziose panche in
pietra serena dell'andito, e l'intera cappella. Questa è un modesto
ma decoroso esempio di arte Rococò, con stucchi bianchi su intonaco
color caffelatte. All'altare è una tela raffigurante
San Giovanni
Gualberto, attribuibile, visto lo strettissimo rapporto tra
Pitiana e l'abbazia di Vallombrosa, a Ignazio Hugford, autore di
molte opere presenti in quest'ultima.
Con l'avvento al potere di
Pietro Leopoldo e con la fondazione
della
Società Botanica e dell'Accademia dei Georgofili, l'agricoltura
diventa oggetto di studi sistematici e di una pesante politica di
intervento pubblico.
Ildebrando Imberciadori ne "Campagna Toscana nel '700" scrive:
"Fu ordinato ai comuni, proprietari di vaste estensioni terriere,
di distribuirle o in donazione o in livello perpetuo per tenuissimo
canone alle famiglie che si recassero a coltivarle. E, per ridurre
le difficoltà, dipendenti da scarsezza di denaro e mancanza di abitazioni,
fu disposto che i richiedenti quei terreni avessero in assegnazione
le case in abbandono o fossero forniti di denaro per prenderle in
affitto; per agevolare la fabbricazione di nuove abitazioni, furono
concessi arnesi rustici e ferro a prezzo molto basso, il legname
gratuito e il rimborso di un quarto della spesa per costruzioni
adibite ad uso esclusivamente rurale."
Il fatto che da un inventario dei beni dell'abbazia di Vallombrosa
del 1790 risulti che la fattoria di Pitiana comprendeva 36 poderi,
una casa per il "guardia", due fornaci e un lungo elenco di animali
e masserizie rende lecito supporre che le soppressioni leopoldine
non siano state applicate per la grande cura e l'amore che avevano
i monaci nella gestione di questa proprietà.
Nel 1808, con l'annessione della Toscana all'Impero di Napoleone,
l'abbazia di Vallombrosa fu soppressa e tutti i suoi possedimenti,
inclusa Pitiana, furono alienati a privati, per rinsanguare le casse
dello stato - eccetto la foresta che rimase demaniale. Tuttavia
la chiesa riuscì a rientrare in possesso, per un breve periodo,
di Pitiana: nel 1841 Emanuele Repetti nel "Dizionario geografico,
fisico, storico della Toscana", attesta che essa era divisa fra
i frati conventuali Francescani di Firenze e la Fraternita secolare
di Arezzo. L'altra fattoria di Pitiana nominata dal Repetti è quella
annessa alla pieve, che era stata dal 1308 dell'arcispedale fiorentino
di Santa Maria Nuova - possesso confermato nel 1558 - poi era passata
ai Gesuiti, e dopo la sopprressione di quell'ordine alla metà del
Settecento, ai Marchesi Pucci, dai quali passò infine ai Guicciardini
che tuttora la posseggono.
Villa Pitiana dovette più tardi nell'Ottocento passare ai Grottanelli
perché è segnata con quel nome in molte vecchie carte geografiche.
Di quest'epoca esistono nel cortile maggiore vari monumentali orci
di terracotta imprunetana, un tempo usati per conservarvi l'olio:
uno di essi reca la
data 1840; tre sono opera firmata Giovanni
Vanni, uno F.D.S. Nistri, uno F.S.N. Alla fine dell' Ottocento la
fattoria di Pitiana si trasforma definitivamente in villa e acquista
la facciata monumentale,
anche se la parte posteriore continuava fino a tempi recenti a essere
una vera fattoria.
La parte nuova è architettonicamente ancora nello stile accademico
di derivazione rinascimentale, influenzato da quanto a Firenze
verso
gli anni 1865-70 aveva progettato e realizzato Giuseppe Poggi.
Questo stile convenzionale, apprezzato dal ceto possidente agrario
toscano ideologicamente conservatore resiste a lungo, per cui non
c'è da meravigliarsi se qui lo troviamo applicato nel 1897 (questa
è la data che si legge sull'architrave della porta di sinistra nel
salone di ingresso). Neorinascimentali sono le cinque sale del piano
terreno e quelle soprastanti, nonché il sontuoso scalone.
Ma nella stessa epoca imperversava il gusto Liberty ed ecco che
le decorazioni pittoriche delle sale di rappresentanza, quasi in
contrasto con l'architettura, mostrano già una apertura al nuovo
stile. Tardo ottocentesco è anche il parco all'inglese ed i tre
cancelli (di cui quello di sinistra è murato): l'accesso centrale
è decorato da aquile in terracotta, quello per andare alla fattoria
da leoni accucciati.
Ai primi del Novecento la ferrovia che portava da S. Ellero al Saltino
passava vicino a Villa Pitiana; ne resta ancora la stazione.
Nel 1931 furono fatti altri lavori, la cui entità è difficilmente
misurabile (sono documentati dalla scritta sul portale di destra
nella sala d'ingresso): probabilmente si tratta della fine dei lavori
iniziati nel 1897, col ripristino delle parti medievali e le trasformazioni
interne.